Allevare e coltivare mentre cambia il clima
“ Certo che questo caldo mette in difficoltà anche gli animali – ci racconta Giorgio Aimone – perché comunque bisogna considerare che l’animale adulto riesce abbastanza a gestire queste situazioni, nel senso che si va a cercare riparo all’ombra. Mentre invece, se parliamo di animali in crescita, in svezzamento, loro non riescono a gestire questa situazione. Siamo noi che, quando ci sono queste giornate così calde, li proteggiamo: stanno nei capannoni e abbiamo dovuto mettere un impianto di raffrescamento. Se stanno fuori c’è il rischio che poi si prendano l’insolazione. Quindi è un po’ come avere da gestire dei bambini: ai bambini bisogna fare attenzione a cosa fanno, non si rendono conto. E l’animale è lo stesso, se è giovane.
Anche sul discorso materie prime, soprattutto dopo quest’anno, stiamo cercando di fare un nuovo piano e cambiare un po’ anche le semine, perché la parte del mais quest’anno non ce l’ha fatta. Noi siamo in una zona precollinare, non c’è acqua per irrigare. Praticamente l’80% del mais è andato perduto. Quindi il prossimo anno, negli appezzamenti dove non è possibile irrigare, non semineremo più il mais. Ha preso piede abbastanza il pisello proteico, quindi cerchiamo di fare più le proteine, le materie prime che servono per l’allevamento, facciamo più foraggere, e semineremo il mais nei posti dove riusciamo a raggiungere con l’acqua.
L’agricoltura è molto in crisi. Noi abbiamo fatto questa scelta negli anni di diversificare e puntare anche un po’ sull’agriturismo. Questo ci consentirà, io penso, spero, di sopravvivere, ma ci sono aziende delle nostre dimensioni, 20-30 ettari, che chiudono. Quelle che hanno solo la produzione agricola non ce la fanno, coi costi del gasolio e con le tasse che ci sono.
Ne parlavo giusto ieri con due miei coetanei: i loro figli hanno scelto di fare altro, anche perché hanno visto che l’agricoltura non è il loro futuro. Un taglio più sostenibile, quello che cerchiamo di fare con tutti i nostri limiti, più attento anche al benessere animale, è fattibile solo ad aziende di piccole e medie dimensioni. D’altronde è possibile chiedere a una grande azienda che fa 100.000 polli di gestire una cosa come la gestiamo noi? Di andare a scegliere il pollo più bello settimana per settimana, di dare la materia prima che produci lì a un chilometro di distanza? Ormai sono multinazionali e, se il mais non l’hanno prodotto qua, arriva dalla Romania o arriva dall’Argentina, o la soia arriva dagli Stati Uniti. Non c’è questo legame. E il pollo, quando ha 50 giorni, passa un macchinario e lo raccoglie. Non è che vanno a scegliere i più belli. ”