C‘era una volta la lana
“ Una volta la lana era il prodotto primario della pecora – ci spiega Anna Arneodo di S. Lucia di Coumboscuro, allevatrice di pecore – si allevavano le pecore per la lana. Tanto che la pecora attualmente chiamata sambucana, che una volta si chiamava demontina, era quella che noi chiamavamo la feofino, quella allevata per la lana, perché aveva una bella lana che andava bene a filare.
Mentre invece la pecora roaschina è una pecora da latte, non ha una bella lana, perché se l’animale dà da una parte non dà dall’altra, chiaramente. E con la lana, mi dicevano i vecchi pastori, si pagava la montagna, l’affitto dell’alpeggio. C’era chi d’inverno prendeva in affido alcune pecore da chi ne aveva un po’ di più, e diceva: “Io te le mantengo tutto l’inverno, e tu in cambio mi lasci la lana”. Quindi la lana era veramente un bene prezioso.
Siamo arrivati all’assurdo, nella nostra società, che la lana è un rifiuto speciale, perché la lana è sporca, quindi va smaltita come qualcosa di contagioso: non può essere depositata a qualsiasi parte, deve esserci un magazzino autorizzato dai veterinari. Questo passaggio è avvenuto man mano che sono subentrate le fibre artificiali. Nessuno vuole più i materassi di lana, perché uno è allergico, l’altro è allergico agli acari. Insomma, nessuno vuole più queste fibre nostre, per cui la lana va smaltita pagando. Fino a qualche anno fa c’erano ancora dei grossisti che la compravano, davano quasi niente, 20 centesimi al chilo, però la compravano e la portavano via. L’ultimo lavaggio grosso era in provincia di Bergamo, a Gandino ed ha chiuso 5-6 anni fa: da allora è diventato veramente un problema smaltire la lana.
Oltretutto le pecore devono essere tosate ogni anno, per stare bene, per essere soggette a meno malattie, visto che soprattutto qua da noi in montagna la pecora sta in stalla da novembre a Pasqua. La tosatura ha un costo, perché un tosatore che lo fa di professione, prende 3 euro per tosare una pecora, quindi noi paghiamo per poi buttare via la lana. Ci sono delle squadre di 3-4 tosatori, che arrivano addirittura dalla Nuova Zelanda, lo fanno di mestiere, perché qua abbiamo le stagioni contrarie rispetto alla Nuova Zelanda, e quindi finita la stagione giù, vengono su. Hanno delle macchine abbastanza costose, ed è gente velocissima, impiegherà due minuti a tosare una pecora.
E poi un grosso colpo alla produzione della lana nostra è che arriva la lana dall’Australia, dove le pecore vivono sempre fuori, sempre all’aperto, hanno la lana molto meno sporca che la nostra, per cui, arriva a dei prezzi più bassi e la nostra non si sa che fine faccia. Si dice addirittura che la mandassero a lavare in Turchia e poi veniva importata, oppure che veniva usata per assorbire quando delle navi perdono il petrolio e rimangono queste enormi chiazze galleggianti, la lana va bene per assorbire questo petrolio sull’acqua.
Non lo so, comunque la nostra lana naturalmente non vale niente. E cosa ne facciamo? Adesso nei negozi di sport stanno vendendo le magliette da mettere sulla pelle di lana merinos, di importazione naturalmente, peserà, ci saranno due etti di lana e costano 90-100 euro. E la nostra lana la buttiamo.
Quindi, secondo me, è una questione di educazione, perché chi va a comprare anche il pile sintetico, completamente sintetico, se è un pile di marca non costa solo 20 euro. Eppure è pura plastica.
Siamo tutti ecologici, il tessuto tecnico è pura plastica, il pile è pura plastica, però è tanto comodo, si lava, non si stira, asciuga subito, voilà. Le scelte ecologiche sono queste ”