Bars Chabrier

Produttori

Titolari: Isabella Degioanni
Dove: Via Cuneo 13- 12010 Sambuco (Cn)

Non è facile raccontare l’incontro con Marta Fossati.
Magrolina, con le gote rosa come le donne di montagna, chiara di carnagione e di occhi, con un leggero paio di occhiali.
32 anni, racconta la sua storia mentre con gesti lenti taglia la cagliata, e poi separa il siero dal formaggio. 

Dice che da bambina scappava da scuola, e poi in seconda superiore ha deciso che non poteva starsene chiusa  lì dentro. Così comincia a lavorare come aiuto casaro (“soprattutto lavavo tanti contenitori…”), lavora per otto anni e ha uno stipendio sicuro. Ma un giorno guarda i suoi colleghi di cinquant’anni e si chiede se lei vuole arrivare alla loro età avendo timbrato ogni giorno un cartellino. Si licenzia (“i miei genitori hanno smesso solo da un anno di dirmi che facevo meglio ad essere dipendente…”) e comincia a fare lavori stagionali, come la cameriera… quando non lavora prende il sussidio di disoccupazione e viaggia.
  

E’ una sfida con se stessa, vuole provare a misurarsi con il mondo, lei che è vissuta in quel paesino in alta montagna, lei che ha paura di essere meno capace di cavarsela rispetto a una ragazza di Torino.
Così prende l’aereo e va in Cile: quando esce dall’aeroporto e vede Santiago si spaventa e pensa: “Che cosa faccio adesso?”.
Una signora, amica di un’amica, la ospita due giorni, poi viaggia da sola. Due mesi in viaggio per il Cile e per l’Argentina. E’ l’esperienza più bella della sua vita.
 

Finiti i soldi torna in Valle Stura. Lavora ancora come cameriera, poi come commessa, ma l’obiettivo è di tornare in America Latina, questa volta per sei mesi.
Appena mette da parte un piccola somma, riparte.  Viaggia, conosce. Arriva sul lago Titicaca, vede degli agricoltori che zappano. Le avevano detto che in quel luogo c’era un’energia del tutto particolare: quando è lì capisce anche che cosa sta cercando per sé e per la propria vita. Il suo legame è con la terra, vuole “strappare” terra da coltivare alla montagna, proprio come fanno quei contadini sul Titicaca.
 

Torna a Sambuco e quando sul Colle della Maddalena le viene incontro una capra scappata da un grande gregge, se ne innamora. Comincia ad allevare capre. Le prime 50 gliele regala il padre, pastore anche lui, allevatore di vacche piemontesi e di pecore.
Intanto ha conosciuto Luca, un giovane fotografo che lavora con i servizi veterinari per documentare gli attacchi dei lupi alle greggi (“l’aumento dei lupi è conseguenza dell’abbandono della montagna” ci dice Marta). Luca qualche volta va ad aiutarla, poi va a vivere a Sambuco con lei e si sposano.
Nella cantina del nonno Marta costruisce un piccolissimo caseificio per trasformare il latte delle sue capre in formaggio. 
 

Fin qui la storia sembra addirittura facile.
In realtà Marta vorrebbe costruire una stalla, ma nel comune di Sambuco, dove tutti un tempo erano pastori, il piano regolatore non prevede una zona per costruzione di stalle.

Chiama le sue capre ad una ad una per nome, dialoga con loro, di ciascuna conosce caratteri, pregi e difetti. Sono bellissime, gli occhi buoni e gli sguardi diretti e intelligenti. Carlà è stata la prima che ha comprato, in Francia, è la premier chevre…poi ci sono Apache, Yorek, Tontarella, Tontarì, Scocciatura, Mascotte, Ladra di cuori, Mascherina, Petronella, Mira,…
 

Ma quello che non mi abbandona dopo l’incontro con Marta è il racconto del suo dolore quando vende i capretti. Mi dice che non ha mai il coraggio di scegliere quali vendere. E poi, quando li porta a vendere, torna a casa in lacrime.
Ma, si dice e mi dice, ogni volta che si fa formaggio si deve sapere che una capra in lattazione è una capra che ha partorito… e non potranno rimanere vivi tutti i capretti, soprattutto se maschi…
Ma lo dice con il peso di una questione che non ha risolto del tutto.
A volte, nelle giornate più nere, quando è tanto stanca dopo aver tolto il letame e dato da bere a tutte le capre, averle munte due volte e essersi accorta che magari non riesce a pagare il fieno… pensa “smetto tutto…”, però non potrebbe lasciare queste capre con le quali lei e Luca trascorrono tutte le giornate... perché, come si dice parlando dei pastori “ha preso la malattia…”
“Perché – mi dice - gli animali sono così, ti entrano dentro e non puoi vivere senza”.

Mi dice che a ogni capra si deve mettere l’orecchino, 2,50 euro per ogni capra.
Molte capre sono allergiche a quel materiale e l’orecchio fa infezione.
Oppure potrebbe scegliere di far ingoiare un bolo che poi sta dentro all’animale… “e questi – mi dice, parlano di benessere animale…”.

“Voglio solo poter vivere e fare un lavoro che mi piace, non mi interessa arricchirmi”.  La voce è pacata, lo sguardo in ricerca, il pensiero mai banale. Ha 32 anni, ma è una donna matura, Marta.
La lascio pensando a quanto questa dura vita di montagna è oggi praticamente sconosciuta ai più. 
 

Marta fa il suo lavoro con amore grande per i suoi animali, con rispetto dei loro ritmi, con la consapevolezza dura che ad ogni stagione le toccherà vivere la gioia per le nascite e il dolore per la morte dei suoi capretti.
Non affronta solo il lavoro di pastore, Marta, c’è di più: si sta confrontando con la vita nei suoi temi più grandi e vive l’amore/dolore per i suoi animali con un’intensità che non avevo mai conosciuto così forte.
Ed è proprio quello  sguardo diretto alla complessità della vita che rende quasi sacro il lavoro della giovane pastora dell’Alta Valle Stura.